CEPA eprint 1485 (EVG-197)

Difesa di Whorf

Glasersfeld E. von (1997) Difesa di Whorf. Methodologia Working Papers 82. Available at http://cepa.info/1485
Dato che già da piccolo bambino crebbi in un ambiente dove si parlava più di una lingua, cioè non avendo solo una che potessi considerare limgua materna, mi resi conto abbastanza presto che c’erano differenze fra esse che non erano differenze di vocabolario e di grammatica.[Note 1] Benché queste differenze le avevo notato non in confronto con una lingua esotica, ma parlando l’inglese e il tedesco, e poi anche l’italiano, la tesi di Benjamin Lee Whorf, quando la incontrai molti decenni dopo, mi sembrò assai convincente. Quindi, leggendo i libri di Vaccarino, mi stupiva un’asserzione che vi compare più di una volta. In La chimica della mente, per esempio, leggevo:
È mia convinzione invece che tutti gli uomini pensino presso a poco nello stesso modo anche se parlano in modo diverso, ognuno con la sua lingua materna e nell’ambito di questa con il proprio stile personale. (Vaccarino, 1977; p.10)
Ceccato usava dire che la correlazione (cioè la combinazione di almeno due parole tramite un correlatore) costituisce l’unità minima del pensiero (p.e. in un rapporto del progetto di traduzione meccanica del 1960) oppure che il dinamismo correlazionale ne era caratteristico (Un tecnico fra i filosofi, 2, 1966; p.623).
Come utente di più di una lingua, mi rendo conto ogni tanto che una correlazione normale di una lingua non è accettabile e qualche volta ne anche traducibile nell’altra. Per esempio, il significato della frase “Maledetto, mi hai rotto l’ombrello!” non si traduce in inglese perché manca il cosidetto dativo etico. Per un inglese quindi non sarebbe un pensiero spontaneo. Se fosse portato a costruirlo, non dubito che impiegherebbe le operazioni mentali adoperati da un italiano, ma finché sta fra inglesi, non lo fa.
In Analisi del linguaggio, a proposito della formazione delle parole, Vaccarino scrive:
Ad esempio, all’italiano “parola” corrispondono l’inglese “word,” il francese “mot,” il tedesco “Wort,” che hanno forma neutra. Sotto questo profilo, … l’ipotesi di Sapir-Whorf può tutt’al più essere accettata nel senso che ogni lingua ha precipue soluzioni formali. I contenuti però non cambiano e poiché sono essi in definitiva a costituire l’aspetto primario dei significati, dobbiamo concludere che tutti gli uomini, qualunque sia la loro lingua, effettuano uguali operazioni mentali. (Vaccarino, 1981; p.47)
Mi colpiva il fatto che il tedesco “Wort” ha due plurali: “Wörter” che indica una pluralità di parole qualsiasi, e “Worte” che si usa per parole correlate a formare frasi o pezzi di un testo (per esempio, Goethes Worte non si riferisce al vocabolario di Goethe, ma a qualcosa che colui ha scritto). Pertanto il plurale italiano, “parole,” può sembrare ambiguo a uno chi parla tedesco; un italiano invece deve pensare con parecchie correlazioni per costituire i due significati.
Il problema sta nell’uso di “pensiero” o “pensare” tanto per l’attività correlazionale quanto per le attività mentali che costituiscono le categorie. Le operazioni costitutive saranno le stesse per tutti i pensatori umani, ma se una lingua non utilizza un dato costituito, chi parla questa lingua non sarà portato a costruirselo nei suoi pensieri.
In altre parole, a mio avviso, è una cosa proporre un modello per esplicitare la combinatoria di elementi attenzionali che produce configurazioni categoriali, e un’altra cercare gli eventuali criteri secondo i quali le categorie verrebbero applicate. Si tratta di due livelli diversi dell’operare e mi pare che tragga in inganno se ambedue vengono chiamate “pensiero.”
Endnotes
1
Purtroppo sarà ovvio che l’italiano l’ho imparato più tardi!
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