CEPA eprint 1497 (EVG-209)

Cronaca di consapevolezze operativa personale [A chronicle of personal operational awareness]

Glasersfeld E. von (1998) Cronaca di consapevolezze operativa personale [A chronicle of personal operational awareness]. Quaderni di Methodologia 5: 9–16. Available at http://cepa.info/1497
L’altro giorno, arrivando a Basilea, Marco Bettoni mi chiese: “Conosci Rimini?” ed io, senza il minimo scrupolo, gli risposi: “Si, lo conosco – ci sono stato da bambino quasi un secolo fa, e poi mi pare di averne visto un po’ in quel film di Fellini, che si chiamava I Vitelloni.”
Data la domanda, direi che quasi tutti voi avreste potuto rispondere con le stesse parole, benché siete convinti di non essere dei conoscitivisti.
Ceccato ci ha spiegato (per esempio nell’introduzione alle Lezioni di linguistica applicata del 1990) che
“Nell’uso corrente si parla di esperienza per qualcosa che si fa e si ricorda, e di conoscenza per qualcosa che si è fatto e si è in grado di ripetere.”
E ciò non costituisce il conoscitivismo. Il peccato nasce dal raddoppio del conosciuto e dall’esperienza vista come ricevitrice passiva di cose da conoscere che esisterebbero prefabbricate in un mondo esterno.
Direi che Socrate era già consapevole dell’ambiguità del conoscere, perché quando disse “So che non so niente,” non intendeva negare che conosceva la strada per tornare a casa sua.
Siamo d’accordo tutti che è innocuo parlare di conoscenza fintanto si tratta dell’abilità di ri-produrre pensieri, azioni, o situazioni costruite in un primo tempo. Ma anche se siamo perfettamente consapevoli della trappola inerente costituita dall’ambiguità della parola, non è facile non entrarvi.
Quando Marco mi chiese, “conosci Rimini?,” era difficile non pensare il nominato di “Rimini” come un oggetto permanente che stava in un posto esterno a noi due e che dovrebbe “esistere” indipendentemente anche per tutti voi che siete riusciti a trovarvi qui per il convegno.
Come vi racconterò, l’idea delle relazioni consecutive mi è pervenuta solo pochissimo tempo fa – troppo poco per aver afferrato come faceva la mia localizzazione di Rimini a combaciare con quella di Marco e con le vostre.
Può darsi che sono troppo ingenuo. Comunque, sono venuto qui per imparare. Così sollevo una perplessità che mi ha turbato per molti anni. Quando lavoravo con Ceccato negli anni cinquanta e sessanta ebbi occasione parecchie volte di assistere alla sua dimostrazione di come si costituisce il significato del “qualcosa” o del latino “id.” – Ci guardava da mago, col braccio destro dietro la schiena, e diceva “attenti!” – Poi portava in avanti quel braccio e diceva “ecco!.” Aveva in mano un pezzettino di gesso o una chiave, e ci spiegava che non era l’oggetto specifico che c’entrava nella costituzione della categoria del qualcosa, ma la congiunzione di due momenti di attenzione. Sembrava limpidissimo.
Anni dopo, però, quando tentavo di coordinare gli insegnamenti della Scuola Operativa per arrivare ad un omogeneo modo di pensare, mi resi conto che questo atto mimesco – come del resto tanti altri – dimostrava che il maestro non dubitava che un suo comportamento dovesse produrre ben specifiche reazioni mentali in noi osservatori.
Il problema – illusorio forse, ma comunque problema – provenne dall’impressione che, benché i costituiti che produciamo siano prodotti delle nostre operazioni mentali, non sembrano essere arbitrari.
Mi venne in mente un’espressione usata ogni tanto durante gli anni al Centro di Cibernetica, espressione che era rimasta opaca e alquanto misteriosa per me: cioè “le dipendenze.” Anni dopo, in uno dei scritti che mi arrivarono da Milano, riscontrai il termine “operazioni consecutive.” Doveva essere il contesto che mi faceva pensare che avessero a che fare con le dipendenze.
Qualche mese fa, però, ricevetti il volume dei Prolegomeni di Vaccarino nel quale a pagina 4 trovai il primo chiarimento sulle operazioni consecutive. Mi resi conto che non c’entravano con quel mio problema di cui avevo sperato che potesse risolversi una volta capito la faccenda delle dipendenze.
Il problema non riguarda le operazioni costitutive. Sono pienamente d’accordo con Vaccarino quando scrive (sulla pagina già citata):
Non solo i presenziati e le categorie sono mentali nel senso che si riconducono a momenti attenzionali, ma sono tali anche gli osservati, che si costituiscono, come vedremo, applicando categorie a presenziati o gruppi di presenziati.
Sono convinto che l’analisi in base a momenti di attenzione, inventata da Ceccato e proseguita da Vaccarino, sia l’unica analisi plausibile. Però, ne sorge subito una prima domanda – ed è la seguente: perché certe categorie vengono costituite ed usate, ed altre, che visto il modo di comporrle, sarebbero altrettanto possibili, non compaiono. – Mi sembra che da lì nasca il problema generico che avevo collocato con la nozione delle dipendenze.
Di per sé, la combinatoria dei momenti di attenzione è libera e, pertanto mi sembrava che dev’essere la pratica, cioè la possibilità della loro applicazione, che ci porta a scegliere solo certe combinazioni per il nostro repertorio. Ovviamente la meccanica di queste scelte sarebbe di grandissimo interesse per chi si occupa dello sviluppo intellettuale dei bambini.
La seconda domanda riguarda ciò che chiamerei le contingenze dell’operare mentalmente e specificamente nella nostra pratica del costituire. Mi sembra che solo quando sogno il mio operare costitutivo sia relativamente libero. Quando esperisco normalmente, cioè quando percepisco e agisco coscientemente, la libertà dell’ operare costitutivo mi sembra assai limitata.
Per spiegarmi vi presento un brano del mio contributo al libro che viene preparato da Carlo Menga:
Nel secondo volume di Un Tecnico fra i Filosofi Ceccato riproduce il famoso disegno nel quale si vede o due profili o un vaso. Poi discute la percezione:
Si è diffusa, è vero, per esempio la pratica di scartare l’aria e talvolta anche l’acqua, assunti come mezzi trasparenti, come sfondi, etc., per tenere gli oggetti opachi, o, assunti come oggetti inconsistenti, inafferrabili, per tenere gli oggetti duri, resistenti. Quanto a questi oggetti, opachi. duri, è prevalsa la pratica di separarli secondo le varie differenze di colore, di calore, di sapore, etc., e proprio secondo linee e superfici di minor resistenza, cioè formando un tutt’uno di ciò che si muove insieme, etc. Ma anche di fronte a tale pratica è facile accorgersi come, pur fissando certi parametri, spaziali e temporali, per lo più ciò che l’uno percepisce in un modo venga percepito con alcune o parecchie differenze da un altro, sinché non intervenga una descrizione a guidare uniformatrice l’attività di percezione, o addirittura non intervenga un particolareggiato discorso e pensiero, come appunto se accompagniamo la figura precedente con le didascalie: «due profili che si guardano» o «un vaso». (Ceccato, 1966, pp.51–52)
Mi sembrava che questa elaborazione ponesse il problema delle dipendenze in modo inevitabile. Sono d’accordo che chi percepisce lo fa entro parametri fissati da lui o, come Ceccato dice in seguito, fissati o trasmessi socialmente. Comunque, dato una situazione la quale si descriverebbe come: sto mostrando a N il disegno “due profili/vaso,” mi pareva poco probabile che N mi dica: “percepisco un automobile!”
Non avevo alcun dubbio che anche N fosse vittima della pratica di “scartare l’aria e … l’acqua … come mezzi trasparenti … per tenere gli oggetti opachi, o … per tenere gli oggetti duri, resistenti,” e che anche lui avesse formato l’abitudine di comporre questi oggetti “secondo linee e superfici di minor resistenza,” ma sono appunto queste “resistenze” che gli permettono di percepire fra l’altro gli oggetti chiamato “profili” o “vaso,” ma non quello chiamato “automobile.”
In altre parole, in ogni situazione solo certi costituiti ci risultano viabili, ed altri no. Dato che ciò riguarda le prime cose che costituiamo in quel momento, le contingenze che limitano la libertà del costituire iniziale non mi sembrano attribuibile a delle relazioni consecutive.
Vorrei sottolineare che, in questo modo di pensare, il fatto che certi costituiti li si ritiene viabili non ci dice niente sulla natura delle contingenze che rendono non viabili degli altri. Quindi mi sembra che questo modello del costruttivismo non si può tacciarlo di conoscitivismo, perché in esso non c’è raddoppio e ciò che si chiama “conoscenza” non è altro che il repertorio delle cose viabili che si è fatto e si è in grado di ripetere.
Per me ciò giustifica l’aggancio a Piaget, perché anche nel suo modo di pensare non c’è raddoppio, dato che per lui la conoscenza sta nell’adattamento al mondo esperito e non nella rappresentazione di una ‘realtà’ indipendente.
Come dicevo, sono qui per imparare – e vi ringrazio per la vostra attenzione.
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