CEPA eprint 1524 (EVG-237)

A proposito dell’operare costitutivo [About constitutive operating]

Glasersfeld E. von (2000) A proposito dell’operare costitutivo [About constitutive operating]. Methodologia Working Papers 122: 1–2. Available at http://cepa.info/1524
Con lo scritto da Andalo del dicembre 89 (WP 121), Ceccato ci da un ristretto sommario della sua posizione. Per me ha risvegliato una vecchia perplessità che vorrei esporre – chiedendo commenti e severa critica dalla parte degli esperti della Scuola Operativa.
Nel paragrafo 1 della parte II, Ceccato parla degli oggetti costituiti con la vista a distanza del percipiente e poi dice: “Questi sono ritrovati eguali con il tatto; e si pensa che l’oggetto della vista vi preesistesse.” – Già tempo fa, in La terza cibernetica, l’ultimo libretto che ebbi da Ceccato, mi colpì il suo uso del “ritrovare” (“devo aver percepito la penna due volte ed averla trovata la seconda nello stesso posto della prima,” 1974, p.13).
Se accettiamo l’idea che si costituisce degli oggetti con la vista, cioè eseguendo certe operazioni su presenziati detti “visivi,” mi sembra necessario spiegare analogamente che con il tatto si costituisce oggetti eseguendo certe operazioni su presenziati tattili. Dato che in ambedue i casi si parla di “presenziati elementari,” quelli sui quali si opera visivamente non sono (per definizione) gli stessi su cui si opera tattilmente. Si puo dunque domandarsi perché in certi casi si tende ad amalgamare l’oggetto visivo con quello tattile (considerandolo “ritrovato”), mentre in altri casi rimangono due oggetti separati e diversi. Direi che Ceccato avrebbe risposto che l’amalgamazione risulta dalla localizzazione che sarebbe la stessa in ambedue i modi. Però a questo proposito bisognerebbe aggiungere tutto un capitolo su come si fa a “stessizzare” una localizzazione visiva con una tattile, perché il bambino ci mette parecchie settimane per impararlo – e lo impara interpretando certe esperienze SENSOMOTORIE.
Per quanto mi sembra aver capito della teoria ceccatiana, la costituzione di oggetti richiede non solo dei presenziati elementari ma anche delle categorie mentali che ci si applica. Ma soffermiamoci prima sui presenziati. Per esempio, sotto “Funzione presentatrice dell’attenzione,” Ceccato spiega che “senza l’intervento dell’attenzione nulla potrebbe esserci mentalmente presente” (1974, p.19). Elenca i rumori che circondano il lettore, il contatto dei vestiti sul suo corpo, ciò che sta toccando, il libro, il piano del tavolo, ecc. E poi dice che c’è “un dinamismo di interazione fra il suo organismo a l’ambiente, che scorreva per conto proprio, senza affatto costituire un contenuto mentale.” Mi sembra molto vicino a ciò che Kant chiamava “das Mannigfaltige” (il molteplice?).
Se tento a coordinare queste asserzioni, mi risulta che posso costituire uno specifico oggetto, sia con la vista sia con il tocco, soltanto se il dinamismo della mia interazione con l’ambiente per conto proprio fornisce alla mia attenzione gli elementi da presenziare per la costituzione di quel oggetto. Dalla mia prospettiva, ciò vorrebbe dire che la possibilità di costruire oggetti è sempre limitata dalla DISPONIBILITÀ degli elementi sensomotori richiesti per la composizione di particolari oggetti. (È proprio in questo contesto che le nozioni di VIABILITÀ e quella piagetiana dell’ASSIMILAZIONE mi sembrano utilissime.)
Per quanto riguarda la costituzione delle categorie, Ceccato la riduce alla combinatoria di momenti di attenzione applicata a se stessa. Indica questi momenti con la lettera “S” e presenta un tabellone che elenca le prime 98 combinazioni (1974, p.23). E fornisce il commento che: “Infatti, non tutte le combinazioni teoricamente possibili vengono messe in atto, e ciò, ovviamente, quanto più le combinazioni si fanno complesse” (p.22). Il tabellone però rivela che già fra le prime 14 combinazione possibili (cio’le più semplici) ci sono cinque che apparentemente non vengono usate. Questo fatto, mi sembra, ci porti inevitabilmente a domandare quale possa essere la ragione per cui certe sequenze attenzionali siano entrate nel repertorio operativo ed altre no.
Il mio modello offre una risposta abbastanza facile. Direi che l’uso canonico (compresa la semantizzazione) delle categorie è basato sulla possibilità della loro applicazione, cioè la loro VIABILITÀ nell’uso pratico che consiste nella costruzione di una “realtà” non ontologica ma ‘esperienziale” e comunque relativamente equilibrata e maneggevole.
Questa impostazione comporta divergenze qua e la dalle analisi proposte da Ceccato. Un esempio sarebbe la categoria del plurale, della quale dice che è “ottenuta con cinque stati di attenzione: la categoria di cosa seguita dallo stato di attenzione pura ancora seguito dalla categoria di cosa” (p.25). Per conto mio, questa definizione è insufficiente.perché valida soltanto al livello delle cose non specificate.
Nell’illustrazione della “inferriata” (loc.cit.), Ceccato presuppone (tacitamente) che ciascuna delle categorie di cosa venga applicata ad un oggetto RICONOSCIUTO come “sbarra” ed è proprio questa attribuzione che fa si che la sequenza di momenti attenzionali costituisca il plurale “sbarre.” Se non ci fossero due riconoscimenti di oggetti considerati equivalenti (appartenenti ad una classe), il plurale non potrebbe essere altro che una pluralità di “cose.”
Il plurale generico, cioè la categoria costituita dai cinque “stati di attenzione” (la chiamerei un “pattern” attenzionale) non si sarebbe mai stabilita come categoria semantizzata, se l’operatore umano non l’avrebbe trovata utile e dunque viabile la sua applicazione nello sforzo a costruirsi un modello più o meno coerente di quel “dinamismo di interazione fra il suo organismo a l’ambiente, che [apparentemente] scorreva per conto proprio.”
References
Ceccato S. (1974) La terza cibernetica. Milano, Feltrinelli.
Ceccato S. (2000) Per un filosofo (Andalo, 1989). Working Papers, 121).
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