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Variazioni sul tema „appartenenza-inappartenenza“

La Frontiera di Franco Vegliani letta da Arduino Agnelli

Purtroppo io non ho avuto l’onore e il piacere di conoscere Arduino Agnelli tanto da vicino quanto molti dei presenti, l’ho conosciuto però abbastanza bene per rendermi conto di quanto la cultura giuliana abbia perso con la sua scomparsa. Ricordo un uomo di profonda umanità, un vero democratico, un eminente studioso dotato di un intelletto poliedrico, vivissimo e brillante e mi vanto di aver ricevuto dalle sue mani, dopo un nostro colloquio sui rapporti italo-austriaci, un prezioso opuscolo che testimonia proprio della poliedricità del suo ingegno: si tratta di una pubblicazione di carattere squisitamente mitteleuropeo, cioè di un saggio su uno scrittore giuliano, apparso in tedesco ed edito a Budapest dall’Accademia Ungherese delle Scienze. Il suo titolo è: „Triest: Die Grenze von Vegliani als Beispiel einer Zugehörigkeit-Nichtzugehörigkeit“. <>Ed è parlando di questo testo pieno di acume critico che vorrei onorare ora la memoria dello studioso e dell’uomo politico nel senso migliore e proprio della parola, cioè del πολιτικός.   

     Prima di passare ad rem mi sembra opportuno dire qualche parola a proposito di Franco Vegliani che si cimentava già all’inizio degli anni sessanta con la cosiddetta “letteratura di frontiera”. Vegliani, nato a Trieste nel 1915, cresciuto e formatosi a Fiume, laureatosi in legge a Bologna, rimase a lungo ai margini della società letteraria italiana ed ebbe maggiore, benché non la dovuta attenzione solo dopo la sua scomparsa, grazie all’intelligente politica editoriale della casa editrice Sellerio e ad una specie di piccolo revival multimediale [1] .

     Il vero cognome dello scrittore era Sincovich, ma il padre magistrato, originario dell’isola di Veglia, prese il nome di Vegliani per ribadire la propria italianità. Il figlio esordì sulla rivista fiumana Termini abbandonandola comunque presto da quel fascista dissidente e inquieto che era e quale lo ricorda Ruggero Zangrandi nella sua nota opera [2] .  Il primo libro di Vegliani, Un Uomo del tempo, apparso nel ’40, prefigurava le tematiche della narrativa successiva: la malinconica introversione dei personaggi e l’irredimibilità dei loro destini spesso ambiguamente legati all’identità di frontiera, la crisi eversiva di norme e limiti tramandati, l’insufficienza della legge rispetto alla complessità dell’anima umana e la consapevolezza del “male di vivere”. Tenente carrista in Africa Settentrionale, Vegliani fu fatto prigioniero nel ’42 e rimase per quattro anni in un campo inglese in Egitto [3] . Rientrato in Italia si affermò come giornalista, come scrittore invece fu “irregolare e saltuario” [4] , più vicino alla tradizione centroeuropea che alle mode e correnti italiane del dopoguerra, appassionato lettore di Svevo, ottimo conoscitore del tedesco, traduttore delle Elegie Duinesi di Rilke.

     Nel ’64 uscì in una casa editrice appartata il suo capolavoro La frontiera, riedito nel ’88 da Sellerio. Quando l’orgoglioso e solitario romanziere morì improvvisamente nel ’82, Claudio Magris con il suo infallibile senso di valore fu uno dei pochissimi a ricordarlo, indicando La frontiera come “uno dei più bei libri della letteratura triestina del dopoguerra” e accennando nel suo articolo commemorativo anche al saggio di Agnelli di cui sto per parlare. La frontiera, scrisse Magris sul “Corriere della Sera”, “è la storia di un‘umanità che trova la sua identità – come ha scritto Arduino Agnelli in un ottimo saggio su Vegliani – [nella] terra di nessuno fra le nazioni e il loro drammatico scontro.”

     Il libro, in generale, è uno di quelli “che segnano un punto luminoso nell’universo personale” [5] di ciascuno che lo legga. Non è dunque un caso che  Agnelli, la cui ricerca muoveva, come ha ricordato Giorgio Negrelli [6] , a una sintesi di nazionalitarismo [7] e internazionalismo, se ne sia occupato: esso rientra pure perfettamente nel suo pensiero intorno al problema “nazione” – “più-che-nazione”.

     Il testo di Vegliani presenta con elegante disinvoltura una struttura di estrema raffinatezza: due storie di giovani ufficiali, in certa misura parallele, che coinvolgono la prima e la seconda guerra mondiale, si intrecciano e confluiscono tematicamente e formalmente illustrando la crisi di coscienza dell’uomo di confine, crisi che può anche condurre all’autodistruzione. La narrazione si svolge dunque in due tempi e su due piani. Abbiamo un io narratore autodiegetico che figura contemporaneamente come narratore eterodiegetico: ci racconta la propria storia di ufficiale di complemento dell’esercito italiano in guerra nel 1941, ci racconta anche il destino molto più affascinante e tragico dell’alfiere austroungarico Emidio Orlich, vero protagonista delle due storie incrociate. Inoltre abbiamo un narratore in secondo grado (intradiegetico-omodiegetico, secondo la casistica di Genette) che è già morto, Orlich appunto, giacché le sue vicende sono attinte dai propri diari (e resi sia in discorso diretto che in discorso indiretto libero); infine un altro narratore in secondo grado, che è a conoscenza dei travagli d’entrambi, dell’ufficiale dell’una e di quello dell’altra guerra: Simeone, il vecchio zio di Orlich, diventato amico dell’io narrante, che commenta e valuta il racconto delle traversie dell’infelice nipote.

     La bravura dell’autore nell’alternare e sovrapporre tempi, voci narranti e prospettive, come pure di intrecciare la trama degli eventi concreti con uno scavo sapientissimo nelle menti dei personaggi, è tale da produrre un classico capolavoro di arte narrativa. Benché si conosca fin dalla prima pagina della “brutta fine” dell’alfiere imperiale e si possa anche indovinare l’evoluzione dell’io narratore – Vegliani usa con stupenda maestria il mezzo dell’analessi – il libro si legge fino all’ultima pagina col fiato sospeso.

     Le vicende esterne sono queste, semplificando al massimo: un giovane tenente, io narratore e controfigura dell’autore, trascorre nell’estate del ’41 una licenza di convalescenza su un’isola adriatica, patria remota della sua famiglia, appena occupata dall’Italia dopo l’invasione della Jugoslavia. Fin dai primi giorni fa amicizia con il vecchio Simeone che lo attrae in un insidioso gioco di affinità con la sorte del nipote Emidio Orlich, suddito di Francesco Giuseppe, caduto sul fronte galiziano in circostanze poco chiare sotto le raffiche della fucileria amica. Uno stupido errore? Una morte deliberata? Un tentativo fallito di diserzione? Oppure, come dice l’autore, una fatalità

che a noi oggi può anche parere supremamente giusta, indispensabile […] tale che, se non si fosse verificata, la vicenda di Emidio Orlich non avrebbe il senso che ha e forse non meriterebbe di essere raccontata; ma che egli, l’alfiere imperiale di vent’anni prima, nel lento e radicale turbamento della sua coscienza, se proprio non aveva escluso, certo non poteva aver preveduto [8] .

     Simeone è un ex-impiegato delle dogane – quindi un esperto della frontiera -, “entrato giovanissimo in quella straordinaria organizzazione di gente scelta con cura che era la burocrazia imperiale” (p. 14). Dopo aver servito scrupolosamente anche il governo italiano era tornato sull’isola nativa e, benché di lingua italiana, aveva chiesto la cittadinanza jugoslava con i nuovi padroni, una scelta che ora lo rende sospetto ai fascisti. Simeone però non sta “dalla parte di nessuno”, egli ha vissuto fino in fondo il disincanto di tutti gli assetti politico-statali: “Ho cambiato tre volte padrone. Troppe, in una sola vita.” (p. 17). È diventato un giudice spassionato delle nuove e vecchie vicende nei luoghi tormentati dell’instabile frontiera (p. 155-156), ma ad un prezzo altissimo in rinunzie e rassegnazione, “prezzo così elevato da prosciugargli il cuore” (p. 157).

     Simeone insiste subito sulla somiglianza tra l’io narrante e il defunto nipote, che sta, tra l’altro, nella loro iniziale ingenuità storico-politica. Prima che il tragico segreto dell’alfiere imperiale fosse entrato nel pensiero del narratore “come un allarme”(p. 19), egli aveva rimosso le perplessità verso la guerra fascista emerse dopo gli eventi in Libia e l’aggressione alla Grecia (“temevo […] che riuscissero a diventare troppo chiare persino a me stesso”, p. 19). Ma ora, mentre insieme a Simeone più di una volta rivede, discute e interpreta il diario e le altre ‘reliquie’ di Orlich, testimonianza di una  lenta e dolorosa presa di coscienza, gli si rivela, come in un gioco di specchi, l’ambiguità della propria condizione di uomo di confine e l’insufficienza di un codice morale ridotto al “obbedire e combattere”.

     La crisi nell’anima candida e sensibile dell’austro-italiano Orlich vent’anni fa si era invece scatenata proprio per l’errore di un austriaco, comandante del battaglione al quale il giovanissimo alfiere dal cognome slavo era stato assegnato, che lo aveva preso in un primo momento per croato. “Italiano? Slavo? Che cosa significa? Non siamo forse tutti quanti austriaci?”(p. 30), si chiese Emidio, sprovveduto Parsifal dalmata, educato da un padre che “credeva fermamente nell’unità […] dell’Impero” (p. 31). Ma sentiamo in proposito Arduino Agnelli (traduco da una traduzione in tedesco anonima, poco riuscita, l’originale purtroppo non si è più trovato):

La tensione tra appartenenza e inappartenenza si manifesta nel momento in cui Emidio Orlich viene confrontato con se stesso come un problema, con l’immagine che gli altri si fanno di lui. [9]

E riguardo al padre educatore che odiava con sincera passione tutti i nemici dell’Impero al punto di non volerli nemmeno nominare, Agnelli annota:

Così il medico condotto di un’isola adriatica diventa simbolo della monarchia, della sua forza e della sua debolezza. Una delle tante contraddizioni [– e noi aggiungeremmo uno dei tanti topoi del discorso absburgico –] vuole che l’unità viene sentita come compatta solo alla periferia il che è possibile a condizione di escludere in maniera assoluta l’alterità; e invece nel centro riemerge la consapevolezza delle pluralità sulle quali poggia l’impero […]. L’appartenenza all’impero è dunque possibile solo grazie alla solida fede di un dottor Orlich che vive nell’isolazione della sua piccola comunità, ma impossibile per il figlio […] a contatto con i raggruppamenti più diversi. (p. 229)

     Nel romanzo di Vegliani il processo di evoluzione – o dovrei piuttosto dire “dissoluzione”? - in corso nell’alfiere fa un balzo in avanti quando Förster, un camerata viennese, gentile ma fatuo, si meraviglia che la madre di Emidio gli scriva in italiano: “[…] pensavo che voi, la gente di buona condizione voglio dire, almeno scrivendo vi esprimeste in tedesco.” (p. 39) Ebbene, Emidio, molto legato alla lingua italiana – si è portato da casa una piccola biblioteca italiana che lo segue dovunque –, già prima all’Accademia militare di Vienna, era dovuto confrontarsi con simili domande dei colleghi. Solo ora però, in tempo di guerra, si accorge “che una cosa così semplice e chiara potesse avere anche un significato politico”:

Non lo aveva mai sfiorato il dubbio che egli e i suoi, italiani d’Austria, potessero essere in qualche cosa simili agli altri italiani, a quelli della penisola, il cui territorio cominciava alle porte di Udine, e contro i quali, a causa di un loro tradimento, l’impero adesso era in guerra. […] pensò forse per la prima volta […], con una serietà […] preoccupata, che la lingua nella quale sua madre gli scriveva, e che egli stesso aveva studiata anche a scuola sui libri dei poeti […] era la medesima lingua parlata e scritta da quegli italiani, […] che sul Carso e sulle Alpi stavano da quasi un anno in campo contro la sua patria. E questo pensiero, acuto come una rivelazione, lo confessa egli stesso, gli diede un brivido, un senso improvviso di vertigine, del quale naturalmente non poteva ancora valutare le conseguenze. (p. 40, corsivo mio).

     Il senso di vertigine che Emidio prova in questo passo chiave del romanzo è più che motivato, visto che segna l’inizio del processo di disgregazione della sua identità. Ma sentiamo di nuovo il commento di Agnelli:

Nello stesso momento in cui l’alfiere comincia a staccarsi dal mondo austriaco, l’appartenenza al mondo italiano che gli si impone sempre di più non è più in grado di nascondere il suo carattere prevalentemente problematico. […] persino il profilo della sua specifica individualità culturale sembra di condurlo più all’inappartenenza che all’appartenenza. (p. 231)

     Richiamandoci a Slataper, potremmo dire che in quel momento di “acuta rivelazione” si rompe in Emidio l’equilibrio di un “irredentismo culturale”, istintivo e inconsapevole, che finora garantiva l’atarassia del giovane dalmata. “Irredentismo culturale”, anzi “colturale”, era la medicina ideologica che Slataper voleva somministrare all’anima triestina scissa tra austriacantismo economico e patriottismo italiano (con le sue parole, “tra l’elmo di Scipio e il cappello di Mercurio”), mentre rifiutava, sotto l’influsso di Angelo Vivante, l’irredentismo politico-militare, considerato pericoloso come la “scure sulle radici” della sua città [10] . Convinto che la dimensione autonoma dell’identità culturale non deve necessariamente coincidere con l’identità politica Slataper scrisse nel 1912:

Irredentismo colturale. […] e quello che i socialisti affermarono per la prima volta, negando l’importanza dei confini politici. […] Noi non neghiamo l’importanza dei confini politici; ma sentiamo fermamente che non contengono la patria. [11]

     L’ardito e generoso progetto interculturale di Slataper e dei suoi amici vociani (sul quale purtroppo non posso soffermarmi in questa sede) naufragò nell’ondata montante del interventismo.

     Così anche la quieta, sebbene irriflessa sicurezza dell’alfiere di essere un austriaco di lingua e cultura italiana non regge alla pressione esterna che in un secondo momento gli si manifesta nella figura del caporalmaggiore Bogdan Malalan. Lo sloveno, uomo di frontiera come Emidio, ma acceso irredentista slavo, “politicamente schedato”, gli si avvicina per chiedergli in prestito dei libri italiani. Emidio accetta con troppa condiscendenza, senza rendersi conto che la circolazione di libri italiani in tempo di guerra potrebbe risultare sospetta. Non sa nemmeno che Malalan sta preparando la diserzione, propria e di un gruppo di consenzienti, nelle linee russe. Infatti, quando più tardi Malalan sarà arrestato per alto tradimento, i libri verranno scoperti e Orlich sarà costretto a discolparsi di fronte ai superiori, che sospettano collusioni più ampie. L’alfiere, sempre fedele servitore del impero sovrannazionale, verrà sottoposto ad un interrogatorio condotto con poca prudenza da parte dell’inquisitore austriaco: invece di proteggere un innocente, che l’alfiere in effetti è, prevale l’intenzione di individuare un colpevole. Anche se Emidio ne esce riabilitato, il piccolo processo rappresenta per lui un’esperienza decisiva, un’ulteriore scardinamento delle sue convinzioni gesamtstaatlich. Così ancora una volta le autorità austriache fungono da ostetriche dell’italianità del giovane dalmata:

Non c’era dubbio che l’idea di essere un “italiano” gliela avevano ribadita in testa loro, a furia di contestargliela come una colpa. (p. 105)

     A questo punto Arduino Agnelli, del resto in sintonia con il vecchio Simeone del racconto, mette il dito sull’impreparazione ideologica ed anche sentimentale, sulle troppo dolci e ordinate immaginazioni nelle quali l’alfiere era cresciuto  o si era lasciato crescere, sulla sua “non compiutamente autentica coscienza” (p. 227): caratteristiche che lo rendono debole, incrinano il suo senso di appartenenza e danno quindi l’avvio al precipitare della sua sorte.

La non-appartenenza – commenta Agnelli – si manifesta in un primo momento sul livello politico e riguarda soprattutto la validità della cornice statale che comprende entità così diverse; ma ben presto si estende anche all’identità culturale, mentre sullo sfondo della gerarchia militare e dei suoi privilegi comincia anche a delinearsi il conflitto di classi. (p. 229)

     Emidio comincia a riflettere, anche se in un modo confuso e pieno di contraddizioni, sul significato della guerra; gli sembra di riconoscere nell’atteggiamento dei suoi soldati una disapprovazione e un rimprovero che toccano anche lui, per quanto modesta sia la sua funzione di comando:

Gli parve che si stesse scavando […] un solco tra oppressori e oppressi, tra i responsabili e i non responsabili di qualche cosa che non era né buono né giusto. E lui […] nel giudizio degli uomini […] che gli stavano di fronte, era collocato tra coloro che portavano la responsabilità di quel male.(p. 66)

     Sulla legittimità della guerra, questa volta della guerra fascista contro la Jugoslavia, comincia a dubitare anche l’ufficiale narratore, che abbiamo perso un po’ di vista e che nel frattempo, come noi, si è lasciato prendere e coinvolgere dalla storia lontana di Emidio in tutta la molteplicità dei suoi aspetti. Mentre cercava, come “in una specie di vortice”, di ricostruire la trasformazione di Orlich, la guerriglia partigiana nei boschi e sulle montagne del continente si stava facendo ogni giorno più aspra; i battaglioni M, prendendo l’esempio dai tedeschi, adottavano per la repressione la tecnica della terra bruciata. A questo punto il narratore, che in partenza non aveva nessuna coscienza politica del suo mestiere di soldato, ha imparato la lezione di Orlich, italiano dal cognome slavo, ed è giunto al “principio di un dissenso civile profondo” [12] . E dunque la guerra dei partigiani jugoslavi non poteva fare a meno di colorarsi dentro di lui, avvezzo ad “onorare chi si batte, anche da ribelle, per la propria patria, di una sua fosca, ma non dubitabile nobiltà”:

[…] non mi potevo nascondere che con quelle raffiche mortali di mitra sparate da una pattuglia croata […] contro i nostri soldati, si era dato il via a una lunga avventura, […] che sarebbe stata splendida per gli altri e non per noi, [….] e nella quale, anche se per un caso fossimo stati i più forti, non avremmo potuto mai e in alcun modo figurare come protagonisti. (p. 98-99)

     Mi resta ora di aggiungere come avvenne la “brutta fine” di Emidio Orlich, ufficiale di Sua Maestà imperial-regia, tante volte anticipata nella narrazione. Sospeso tra il senso del dovere e delle colpe segrete che si rimproverava (“Egli era già quello […] che aveva paura di diventare”, p. 108), in una totale inettitudine a risolversi, vedeva nell’Imperatore ora il simbolo vivente di mesta, paterna severità (p. 122), ora la “giustificazione della guerra”(p. 149) che impone una fedeltà senza riserve, ora una divinità inutile e mostruosa (p. 150). In questo stato d’insopportabile indecisione divenne “preda […] dell’amore furente”(p. 81) di Melania, una belle dame sans merci, che, estraniandolo ai suoi colleghi ufficiali, lo rese ancora più debole e solitario. Se Melania fu “la sola gloria […] della sua rapida esistenza”(p. 81), come la definisce il narratore, questa gloria sentiva delle fiamme d’inferno ed era proprio il rovesciamento del vero ideale amoroso di Emidio, innocente, buono e fiducioso con tutti.

    In ogni modo, l’evento che turbò definitivamente la coscienza del giovane fu la condanna a morte e l’impiccagione del caporalmaggiore Malalan. Adottando una nota ipotesi sociostorica, o meglio psicostorica [13] , possiamo supporre che fosse il crollo del modello paterno, la degradazione, per l’appunto, dell’immagine di Francesco Giuseppe a quella dell’“imperatore degli impiccati”, che spinse l’ufficiale dalmata a valicare la frontiera interiore e sviluppare una cieca idolatria per lo sloveno finito sulla forca.  Informato dal suo attendente che dai campi di prigionia dei russi si poteva passare in Italia per combattere contro l’Austria, Orlich si preparò a realizzare l’intento in cui Malalan non era riuscito. Uscì di pattuglia in una notte chiara del 1916 con la consegna di raggiungere un punto determinato davanti alle posizioni russe; qualora non avesse incontrato nessuna difesa doveva lanciare un razzo e tornare rapidamente indietro. Il razzo partì effettivamente, ma a poca distanza da una posizione austriaca, dove la mattina dopo venne ritrovato il corpo di Orlich, lacerato dal fuoco amico. L’alfiere morì dunque nella terra di nessuno tra i due campi nemici: “Ha sbagliato strada”, dissero coloro che volevano salvare il suo onore, oppure “Probabilmente ha sbagliato a orientarsi”.  In verità non era altro che il comportamento emblematico della sua persa identità.

    Ma perché, lanciato il razzo, si era alzato sotto la minaccia dei fucili ed aveva gridato qualcosa in italiano (forse “Viva l’Italia”), come testimoniano gli altri uomini della pattuglia? Per farsi riconoscere dai russi e consegnarsi prigioniero, ipotizza Simeone, convinto che il nipote prediletto non fece altro che tradire la sua patria: una morte assurda dunque, provocata da un deplorevole disguido dei sentimenti, da un traviamento. Per il comandante del battaglione austro-ungarico invece, che aveva intuito con molta empatia la crisi dell’alfiere, non è da escludere “una deliberata volontà di morire”(p. 88); anche se la versione della commissione d’inchiesta sarà poi quella della “disgrazia” di un eroe, “convinto di offrire il petto alla difesa della nostra grande patria” (p. 153).

     Lucida è la sintesi di Agnelli per spiegare sia l’enigma dell’alfiere che la sentenza della commissione:

Mentre l’intero sistema dei valori che serve da fondamento all’Impero entra in crisi e lo stesso monarca viene visto come un “falsa maestà” […] nulla di equivalente vi si sostituisce. Ad una ormai rinnegata appartenenza non si sovrappone un’altra profondamente radicata, cosicché il desiderio di morire non può essere del tutto escluso come autentico motivo della decisione finale. E infine tutti i personaggi si muovono in un’ atmosfera di ambiguità […] (p.  234)

     L’io narrante dal canto suo non crede ad un suicidio premeditato, piuttosto ad un “mezzo suicidio” [14] : il passaggio della frontiera verso il campo dei “nemici-amici” e il grido in italiano sarebbero stati una risoluzione improvvisa e “folgorante”, non un calcolato atto di coscienza, perché “l’ambiguità, più ancora dell’irresolutezza rimaneva il segno del destino di Emidio” (p. 148). L’evoluzione politica non avrebbe quindi portato l’alfiere, nelle cui vicende il narratore si era addentrato così appassionatamente, ad una scelta; avrebbe anzi dissipato tutte le possibilità di definirsi. Per questo motivo Emidio non può più servire come Identifikationsfigur all’ufficiale narrante, piuttosto come un ammonimento a non smarrirsi nell’attuale situazione dell’Italia in guerra. Anche Agnelli nota chiaramente che le storie dei due ufficiali si assomigliano solo in parte:

Il parallelismo non è più possibile, almeno non in quella misura in cui lo avrebbe voluto suggerire il vecchio Simeone. I dubbi che sconvolgono l’ufficiale italiano riguardano le cause della guerra, la retorica fascista “Il sangue contro l’oro”, la dichiarata, ma tutt’altro che provata volontà di combattere dei soldati. La crisi dell’appartenenza esplosa anche nell’ufficiale narrante riguarda soltanto un sistema politico al quale esistono delle alternative. (p. 236)

     Il narratore, al contrario di Orlich, evaderà dalla crisi – Vegliani ce lo lascia presumere con la sua grande arte di attenersi all’implicito –, visto che sta già distruggendo dentro di sé ogni idolatria della patria e ogni manicheismo della frontiera che separa i buoni dai cattivi, i civilizzatori dai barbari. Egli guarda con orrore quella catena di reciproche violenze che si allarga nelle montagne della Croazia; quando gli arriva l’ordine di partire per il fronte dell’Africa settentrionale si sente quasi sollevato. La sera prima della partenza i carabinieri arrestano, per internarle, parecchie persone considerate “politicamente infide”: tra loro c’è Simeone. La mattina dopo, mentre i prigionieri, che devono prendere lo stesso battello, aspettano separati da un cordone di carabinieri, l’io narrante in divisa d’ufficiale varca un’ultima frontiera:

[…] passai lo sbarramento, per avvicinarmi a Simeone. Lo feci senza riflettere, e subito me ne pentii sentendo alle mie spalle gli occhi di tutti, e subito ebbi vergogna di quel pentimento: tutto in pochi attimi. La sensazione più forte […] rimaneva questa: che io in qualche modo mi sentivo colpevole, corresponsabile, di quell’atto dell’autorità che aveva ordinato l’imprigionamento […] (p. 165)

     Anche sul battello si dirige verso il vecchio:

Io non avevo parole […] gli tenevo semplicemente la mano tra le mie […]

“Vedrai” [disse Simeone] “che non ci capiterà nulla di male. D’altra parte, in una situazione come questa, non potevano fare diversamente. Gli italiani, alla fine, sono brava gente.” (V 166)

     Questa frase amaramente ironica preannuncia la fine del romanzo. Noi vorremmo tornare ora al saggio di Agnelli che tenta di inquadrare quest’opera,  singolarmente riuscita, nel filone della letteratura di frontiera. Se si pensa a tale letteratura come crogiolo delle correnti più diverse, afferma lo studioso che qui commemoriamo, non bisogna lasciarsi ingannare credendo che alcuna delle realtà presenti nelle diverse opere di questo genere possa coinvolgere fino in fondo lo scrittore di frontiera (p. 237). La prima testimonianza significativa di quel duplice sentimento di partecipazione e non-partecipazione è per Agnelli Il mio Carso di Slataper. Il famoso triplo “Vorrei dirvi…” dell’inizio, in cui lo scrittore pensa di fingersi nato in una casupola carsica col tetto paglia, o in una grande foresta croata di roveri, oppure nella pianura morava, lo ispira alla sua tesi di fondo:

Lo scrittore di frontiera tende a considerarsi l’estrema propaggine di una comunità nazionale o di un determinato mondo culturale. Egli recepisce diversamente le dimensioni della vicinanza e della lontananza; spesso si sente molto lontano dal centro della vita letteraria, che dopo tutto lo coinvolge, e invece più vicino all’influenza della cultura dei paesi confinanti, o perlomeno più vicino degli altri membri della sua comunità. Se la lontananza lo ferisce e lo fa dubitare di un’appartenenza solo apparentemente indiscussa, la vicinanza a diversi altri mondi culturali, per quanto fruttuosa possa essere, non riesce tuttavia a superare l’originaria condizione di estraneità e rimane inappartenenza. (p. 225)

     Il saggio di Agnelli mira a dimostrare come questo tema, come questo motivo di fondo dell’appartenenza/inappartenenza, sia diventato il punto centrale di tanta letteratura giuliana; esso nel tempo si è dilatato dal tratto fisionomico di un autore alla caratteristica di una condizione umana più generalizzata in cui quell’autore si rispecchia. Per Agnelli non è emblematico a questo riguardo solo il capolavoro di Vegliani: il tema è destinato ad essere ripreso più tardi nella narrativa di  Fulvio Tomizza, i cui personaggi vengono a sentirsi italiani tra gli slavi e slavi tra gli italiani. Tomizza, scrive Agnelli

che non si stanca mai di evocare un’Istria i cui odori devono la loro intensità alla […] coesistenza della diversità in misura tale da impoverirsi ogniqualvolta una delle sue componenti viene combattuta ed eliminata. (p. 237)

     Ed è emblematico naturalmente un coetaneo di Vegliani, Pier Antonio Quarantotti Gambini, che con la sua famosa intervista alla “Fiera Letteraria” ha fornito una specie di manifesto teorico dello scrittore di frontiera. Agnelli cita appunto la parte più nota di quella confessione, quella in cui lo scrittore ha coniato la proverbiale definizione dell‘”italiano sbagliato”:

Come un uomo, sento di essere qualcosa di simile a uno straniero in patria. Proprio quel modo di essere e di pensare che poteva fare di me un cittadino normale in un’ipotetica Italia un po’ nordica e molto europea (quell’Italia per cui i giuliani sospiravano ai tempi della loro soggezione all’impero austro-ungarico, senza rendersi conto ch’essa, in realtà non esisteva), mi mette fuori fase tra la maggior parte dei nostri connazionali. Da qui un continuo disagio, e l’impressione di essere, appunto, un italiano sbagliato. [15]

     Un’altra suggestiva risposta al problema dell’appartenenza/inappartenenza Quarantotti avrebbe dato, nota Agnelli (p. 238 e seguenti), in un frammento del suo tardo, incompiuto romanzo L’Inferno è qui [16] . La condizione dell’uomo di frontiera, secondo Agnelli, in quest’opera non rappresenta più né un’appartenenza nazionale arricchita dagli influssi delle culture limitrofe, né la sgradevole sensazione di alterità, per cui ci si sente “sbagliati”, estranei nei confronti della maggioranza della comunità nazionale: ma acquista una specificità che si pone come alternativa, cioè il convincimento di aver compreso fino in fondo una possibilità che la maggioranza non ha afferrato. Agnelli riprende in questo contesto le convinzioni di Quarantotti sul ruolo della Riforma luterana in Istria. Secondo lo scrittore capodistriano la Riforma è stata l’unico momento, in cui l’Istria non seguì quello che le veniva dall’altra sponda dell’Adriatico, ma accolse influssi di provenienza opposta. Quarantotti mette in bocca ad una donna, Giordana, un articolato ragionamento storico: se la Riforma si fosse diffusa anche in Italia, forse molte cose sarebbero cambiate e si avrebbe oggi un’unica chiesa; ma Roma e l’Italia non hanno compreso, e da allora sarebbe cominciata la loro decadenza.

     Quarantotti, dichiara Agnelli, non teme più gli italiani “scaltri e sagaci” come Slataper all’inizio del secolo e all’inizio de Il mio Carso. La sua specifica appartenenza diventa sfida, si pone come misura per un’autentica appartenenza al contrario delle “meccaniche, e abitudinarie appartenenze, corrotte […] da una quasi assoluta mancanza di consapevolezza” (p. 241). “Lo scrittore di frontiera”, - conclude con accento forte - “ è capace di richiamare gli altri all’eliminazione delle loro frontiere interiori. È lui, che li richiama all’autenticità”.

Renate Lunzer (Università di Vienna)

Prima pubblicazione in: Attilio Tamaro e Fabio Cusin nella storiografia triestina. Atti del Convegno in ricordo di Arduino Agnelli – Trieste, 15-16 ottobre 2005, a cura di S. Cavazza e G. Trebbi, Deputazione di storia patria per la Venezia Giulia, Fonti e Studi, vol. XIV, p. 43-54.



[1] La frontiera è stata filmata da Franco Giraldi, la versione teatrale di Ghigo de Chiara è stata rappresentata dal Dramma Italiano di Fiume nel 1996 in collaborazione con il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, e più recentemente Gianfranco Sodomaco si è occupato della riduzione scenica del Processo a Volosca.

[2]   Cfr. Ruggero ZANGRANDI, Il lungo viaggio attraverso il fascismo: contributo alla storia di una generazione, presentazione di Gianni Oliva, Milano, Mursia 1998; prima edizione: Torino, Einaudi, 1948.

[3] Secondo Patrizia HANSEN, L’origine altra. Inquietudine e identità nella narrativa di Franco Vegliani, in: La Battana, n. 97/98, 1991, p.109, la stesura de La Frontiera risalirebbe al tempo della prigionia. Fosse vero, spiegherebbe la nitida chiarezza del pensiero, la poetica trasparenza del sorvegliato linguaggio, l’equilibrio dell’intera struttura – tutte cose che richiedono molto ozio.

[4] Claudio MAGRIS, Lo scrittore sulla frontiera, in: Corriere della Sera, 10 sett. 1982.

[5] www.sergio.fumich.com /volosca/volosca.html (Processo a Volosca di F. Vegliani).

[6] Cfr. In memoria di Arduino Agnelli, in “Quaderni giuliani di storia”, a.XXV, n.2., luglio-dic. 2004, p. 249.

[7] Per “nazionalitarismo” Negrelli intende l’esaltazione della nazionalità, non della nazione.

[8] Franco VEGLIANI, La frontiera, Palermo, Sellerio, 1988, p.25. D’ora in poi:V.

[9] Arduino AGNELLI, Triest: Die Grenze von Vegliani als Beispiel einer Zugehörigkeit-Nichtzugehörigkeit, in „Neohelicon“, VII-2, 1979/80, p.227. D’ora in poi: A.

[10] Scipio SLATAPER, Scritti politici, a cura di G. STUPARICH, Milano, Mondadori, 1954, p. 103.

[11] Ivi, p. 137.

[12] HANSEN, L’origine altra cit., p. 10.

[13] Cfr. p. es. Gilbert BOSETTI, La mort choisie. De la vocation suicidaire des Austro-Triestins, in: Italo Svevo e Trieste, in  “Cahier pour un Temps”, Paris, Beaubourg, 1987, pp. 336-370. L’autore tenta d’interpretare l’epidemia dei suicidi o mezzo suicidi dei giovani intellettuali di frontiera, per lo più ebrei, durante gli anni dieci, con il crollo del modello paterno simboleggiato dall’Impero absburgico e quindi l’impossibilità di identificarsi con il padre ideale.

[14] Cfr. BOSETTI, La frontiera” di Franco Vegliani in “Letterature di Frontiera”, a. I., n. 1, gennaio-giugno 1991, p. 89.

[15] Pier Antonio QUARANTOTTI GAMBINI, Il poeta innamorato. Ricordi, Pordenone, Studio Tesi, 1984, p. 178.

[16] Pier Antonio QUARANTOTTI GAMBINI, L’inferno è qui, cap. XXV-XXX, in “ Trieste”, n.97, 1975, pp.19-32.